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martedì 21 luglio 2009

Il cielo sopra il Malawi


di Sanino Epis


Spostandosi con una grossa macchina per le strade dissestate del Malawi, si alzano nubi di polvere sulle persone del posto. I loro sguardi al passaggio dell’auto raccontano stupore, gioia, sorrisi. È importante, anzi vitale, capire che a nulla serve osservare, salutare, fotografare o liberarsi di piccoli doni che presto svaniscono. È necessario tendere una mano a queste persone, perché finalmente siedano alla guida della macchina e i loro occhi non siano più annebbiati da nessun tipo di polvere. In Malawi abbiamo scattato foto bellissime: il Cielo si stende veramente anche sopra il Malawi. È il segno della grande provvidente mano di Dio. L’altra mano (perché con due si lavora decisamente meglio) abbiamo cercato di porgerla e dobbiamo tenderla ancora noi. Qui, come in ogni angolo del mondo dove si leva alto l’appello alla solidarietà".
È solo un breve stralcio del diario del viaggio in Malawi che Don Alfredo Maggioni ha messo a disposizione dei visitatori del sito Internet della sua Parrocchia di Cernusco Lombardone. Gli abbiamo chiesto ulteriori notizie su questa esperienza africana vissuta con alcuni suoi parrocchiani.
È raro trovare sacerdoti in cura d’anime in una comunità parrocchiale che trovano il tempo per una esperienza di missione in qualche paese del Terzo Mondo. Come è nata l’idea questa tua esperienza in Malawi e su quali motivazioni?
Verso la fine degli anni ’90, dopo un quindicennio di lavoro con i bambini e i giovani dell’oratorio (esperienza bellissima e benedetta da Dio) sono stato "tentato" da pensieri che mi portavano lontano, fantasie che hanno trovato un’occasione di verifica in un viaggio abbastanza avventuroso nel Borneo, nella regione del Kalimantan. Un viaggio quasi da solo quindi con molto tempo per pensare e una quantità di occasioni e incontri con persone straordinarie, che guardavo vivere, non potendo ascoltarle data la mia cronica incomprensione delle lingue diverse dal brianzolo.
Poi a casa, con nostalgia e la consapevolezza di una vocazione (rafforzata) diversa, così mi è sembrata la volontà di Gesù.
Nello stesso tempo mi sentivo più ricco e costantemente invogliato ad aprirmi a nuove amicizie. Così sono stato in Chapas e in Argentina, sempre a contatto e in piena condivisione della vita dei missionari, sempre accompagnato e sostenuto dall’aiuto e dalla preghiera delle mie comunità parrocchiali.
Ma l’Africa, no. Avevo come un blocco, una vera e propria repulsione. Fino al 2004 quando, costretto dalla necessità, dietro pressione di amici, per assolvere ad una richiesta legata al mio ministero ho casualmente preso contatto con Padre Mario Pacifici, monfortano, e alla fine ci sono andato… in Malawi per scoprirmi sconvolto - nel senso più bello - da persone straordinariamente povere di cose e così tanto ricche di umanità e di serenità. Ho depredato a piene mani, dalla gente e dai missionari, compreso il vescovo Mons. Alessandro Assolari, che poi ho avuto il piacere di ospitare per una celebrazione nella mia parrocchia alla periferia di Milano.
Già lo sapevo per averlo sperimentato, viaggi come quello fanno un gran bene anche alle comunità in Italia, se rese partecipi direttamente dell’effusione della Grazia, perché consentono di vivere un frammento di missione "senza intermediari", come mi è venuto di intitolare il mio ritorno in Malawi l’anno scorso, ancora una volta preceduto e seguito da una forte sensibilizzazione di tutta la mia comunità.
Quali sono stati i momenti forti di questa esperienza? Con quali progetti l’hai realizzata?
Sempre mi sono mosso con l’intenzione di "guardare per raccontare", per rendere partecipe chi è qui e anche per condividere con chi è là quello che abbiamo qui.
Un momento intensissimo – che non dimenticherò mai – del mio ultimo viaggio è stato constatare come alcuni giovani che mi hanno seguito si siano scoperti "arricchiti", loro che erano partiti per "portare aiuti"; consapevoli di avere maturato un debito, invece di avere elargito una cospicua elemosina.
L’ospitalità e la condivisione sono esperienze forti; essere a tavola e vedersi imbandito il cibo e scoprire poi che loro hanno ridotto le loro razioni per darne a te… ti fa uscire con il "groppo" alla gola…
In questi anni ho imparato che il progetto più bello che si possa fare è quello di appoggiare "ciecamente" l’azione del Missionario sul luogo, perché li la vita non è "organizzata e organizzabile" come da noi; a volte si pensa di finanziare una scuola, ma poi la siccità fa mancare la farina, e allora l’urgenza consiglia prima di dar loro da mangiare…
Cosa pensavi di trovare in Malawi progettando il viaggio e cosa di fatto hai scoperto vivendo vari periodi in mezzo alla sua popolazione?
Ad essere onesto pensavo solo che mi sarei trovato male; l’ho detto, l’Africa non mi attirava. Ora sono contento di esserci andato e ritornato e chissà… potrei tornare ancora…ancora… Vale la pena di affrontare le proprie paure, quando tendono a chiuderti dentro il recinto comodo nel quale hai la fortuna di vivere, così tocchi con mano che la nostra bella vita, non è sempre del tutto tale e ha molto da apprendere (o riprendere)…
Ho saputo che nella tua comunità parrocchiale è forte l’interesse per la realtà missionaria. Con quali programmi pastorali tieni vivo questo interesse?
Attualmente sono in una Comunità che è molto sensibile "di suo" al discorso missionario, perché da Cernusco Lombardone sono partiti numerosi giovani e ragazze che sono diventati sacerdoti e religiose "ad gentes". Questo rende il mio compito più facile e c’è come una specie di complicità tra me e la gente… se mai qualche volta si deve discutere vivacemente quale sia il "miglior" missionario… e qui vinco io: il mio! (sono interista, perciò è così…!). alla missione si dedica ogni occasione, non solo il tradizionale mese di ottobre, e si cerca sempre di dare "un volto, uno scopo" per far crescere la sensibilità…
La tua esperienza in presa diretta in terra di missione ha certamente portato benefici nella tua vita di prete impegnato in una parrocchia? Quali e come le hai trasmessi ai tuoi parrocchiani?
Credo di averti già detto qualcosa a questo proposito; posso solo aggiungere che non rinuncerei alle esperienze vissute, anzi se potessi tornare indietro comincerei prima. Oggi per noi il problema più grande sta nel trasmettere queste cose ai giovanissimi, per loro il mondo non ha - per esempio - le grandi distanze che vedevo io e credono di conoscere tutto, o di poterci arrivare con comodo, magari via internet. Ma così si perde il cuore della realtà e il sapore degli incontri…
Perché sarebbe opportuno che i laici della tua comunità avessero la possibilità di fare una esperienza in terra di missione? Cambierebbe qualcosa nella loro vita?
L’incontro con la Missione cambia di sicuro, apre la mente e il cuore e fornisce stimoli per guardare alla vita con occhi diversi. Educa al ringraziamento per i doni ricevuti, richiama ad un utilizzo più intelligente dei beni e fa crescere la sensibilità verso quel tipo di missione che potrebbe presto interessare le nostre periferie e i nostri contesti abitativi.
Ci sono progetti di solidarietà missionaria nel futuro nella tua vita di parroco e in quella della tua parrocchia?
Si, sono tutti orientati a dare appoggio ai missionari nativi e conosciuti: sono molte persone; ma per ora è uno dei settori che non conosce la flessione (brutalmente, non calano le entrate) che interessa tutti gli altri settori della vita comunitaria.
Da qualche tempo ci occupiamo anche dello "star bene" dei nostri missionari, agevolando in tutte le maniere i loro periodi di riposo presso di noi e la possibilità di concedersi anche controlli medici specialistici; una specie di "tagliando" per tenerli in forma…
Un messaggio ai lettori di una rivista missionaria.
L’incontro con Padre Mario e con gli altri Monfortani a Balaka mi ha trasmesso l’immagine di un missionario energico, vivace, anche scontroso al punto giusto; uno che si confronta e che si scontra, che non possiede la verità, ma che la cerca nel dialogo e nella riflessione. Questo comporta una grande fatica: i missionari vanno sostenuti soprattutto con la preghiera e - per non fabbricarsi un proprio "film" sulla loro condizione – vanno visitati in loco, senza disturbarli troppo e senza scendere con assurde attese, quando non addirittura con pretese.

Io ho un sogno



I have a dream (Ho un sogno) è la frase con cui viene identificato il discorso tenuto da Martin Luther King, un politico, attivista e pastore protestante statunitense, leader dei diritti civili, Premio Nobel per la pace, tenuto il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili. Quel giorno ha seganto la storia americana ma non solo, ha anche ispirato le azioni di molti che desideravano profondamente cambiare il volto dell’umanità in meglio.
È incredibile come un sogno possa essere così forte e potente da trascinare e indirizzare la volonta e le forze di una persona o di molte persone. Ma è questo il compito dei sogni che qualcuno definisce anche come desideri. Essi ci permettono di vedere adesso, di rendere attuale, qualcosa che ancora non c’è e accrescono dunque il desiderio di vedere realizzato già ora qualcosa che noi desideriamo da tanto. Credo che ognuno di noi potrebbe portare un proprio esempio di quello che un sogno è, chi infatti non ha un desiderio, un sogno nel cassetto?
Anche Padre Luciano Marangon, da anni missionario in Malawi, ha un sogno che ormai ha lasciato il cassetto ed è diventato un programma di vita. Padre Luciano, nello speciale di questo numero, racconta il faticoso cammino, ancora incompiuto di un sogno, del suo sogno di vedere realizzata una stazione televisivia che, nel territorio del Malawi, possa essere strumento di informazione, formazione ed evangelizzazione. LUNTHA è il nome di questo canale televisivo, che in chichewa, la lingua del Malawi, vuoi dire abilità e capacità ma anche sapienza.
La domanda di fondo che nasce nel cuore di che ascolta la testimonianza di Padre Luciano è: riuscirà questo tenace missionario a veder realizzato il suo sogno? Riuscirà a concludere ciò che ha cominciato?
È difficile poter dare una risposta, come credo che anche per Martin Luther King sarebbe stato difficile prevedere gli effetti della sua testimonianza di pace. Ci viene però in aiuto la parola di Dio, la quale ci ricorda come non è tanto importante chi semina nella vigna del Signore e neppure chi raccoglie, la cosa importante è che Dio faccia crescere e maturare i frutti di questa vigna e come questo accade nessuno lo sa.
Al nostro confratello e amico Padre Luciano Marangon, auguriamo di essere veramente strumento nelle mani del Signore che solo può portare a buon fine ogni opera.

lunedì 23 marzo 2009

Phalula un cammino di fede

di Silverio Picasso

L’esperienza nella missione di Phalula, in Malawi, da padre Giancarlo Palazzini, è stata anche quest’anno entusiasmante; un altro percorso meraviglioso per me e per gli amici con cui ho condiviso il cammino in quei giorni.
Il gruppo di amici era formato da due coppie: i coniugi Anna e Gianni Passera e i coniugi Rosa e Brunaldo Mologni.Per questi ultimi era la loro prima volta in Malawi, ma dopo poche ore sembravano che ci fossero sempre stati!
Arrivati a Lilongwe, ad accoglierci c’era Joey. È stato bello per me rivedere all’aeroporto l’amico che a settembre dell’anno precedente mi aveva dato il suo abbraccio un arrivederci. Il nostro stato d’animo ora era diverso! A Phalula abbiamo rivisto padre Giancarlo e tutti gli altri che lo aiutano nella missione. In questi momenti le parole fanno fatica ad uscire per l’emozione, lasciando spazio ai sorrisi, alle lacrime, gli sguardi, e il cuore continua a raccogliere ogni meraviglia negli abbracci.
Entrando nella mia stanza, la prima cosa che ho rivisto è stata la bicicletta del padre appoggiata alla scrivania, con gomme nuove e copertoni molto durevoli. Sulla scrivania c’era la chiave che mi avrebbe permesso di uscire fuori dalla missione al mattino presto per avvolgermi nei colori dell’aurora. Padre Palazzini aveva pensato per me ad ogni cosa! Nel pomeriggio dello stesso giorno del nostro arrivo ci ha portato a vedere i due cantieri in due villaggi, dove si edificavano le chiese. A Malipango e l’altra a Mounekera, c’era un terzo cantiere dove si facevano lavori di ristrutturazione della scuola di Phalula.
Riabbracciare gli stessi operai dell’anno scorso con cui avevo lavorato per la costruzione della scuola di Kambewe e della chiesa di M’Gwedeza è stata un’altra gioia, anche perché anche quest’anno avrei lavorato con loro.
Rosa e Brunaldo per la prima volta incontravano l’Africa, i villaggi e le loro emozioni si scioglievano in sorrisi sui visi che erano in comunione con noi! Conservo sempre lo medesimo stupore della prima volta che ho visto Phalula e questo si trasforma in incanto, in quell’immensa bellezza che mi affascina. - Se non avessi in me questa meraviglia sarei arido e non riuscirei a scrivere giorno per giorno,nel periodo che sono a Phalula, poesie su quello che osservo e contemplo.
Al tramonto, accompagnati da tantissimi bambini,siamo andati al baobab, che sarebbe poi diventato la nostra meta, il punto d’incontro per i successivi tramonti. Durante il periodo che abbiamo trascorso a Phalula,il nostro rapporto d’amicizia ci dava l’opportunità di confrontarci e di cercare sempre nuove soluzioni, quando c’erano problemi nel lavoro che si stava svolgendo.
La giornata iniziava con la mia “uscita” al mattino presto per andare al baobab. L’ho sempre fatto, per tutti i giorni che sono stato a Phalula, per sentire in me quella meraviglia e incanto che sorgeva come il sole ed accogliere ogni bellezza come dono di Dio! Quest’anno ho avuto come compagnia Gianni nel cammino e facevamo i primi incontri con chi andava al mercato, nei campi, con i bambini che si recavano lavorare prima dì andare a scuola.
Poi ci riunivamo tutti nella piccola cappella per recitare le Lodi insieme a padre Giancarlo che precedentemente aveva celebrato la prima S. Messa nella chiesa di Phalula. Dopo colazione ciascuno aveva il suo lavoro da compiere.: Gianni e Brunaldo lavoravano nella falegnameria,oppure svolgevano quei lavori per cui serviva la loro esperienza lavorativa; Anna e Rosa si sono impegnate moltissimo con i bambini,le donne e in cucina, mentre io prendevo la bicicletta e andavo una settimana a Mounekera ed una settimana a Malipango affinché i due gruppi di lavoro non avevano tra loro gelosie, rimanendo a lavorare fino al pomeriggio, prima che il sole tramontasse.
I primi giorni facevo un po’ fatica a percorrere la strada e le piste sabbiose,con buche e sterpi, ma dopo pochi giorni non c’erano più problemi, anche perché avevo una bicicletta con copertoni molto resistenti. Durante quei percorsi in mezzo alla savana, i bambini abbandonavano il campo dove stavano lavorando e mi chiedevano continuamente caramelle,ma anche quelli che andavano a scuola,per non parlare degli adulti,anziani e di quelli che lavoravano con me!
Quando ritornavo a Phalula, Rosa,Anna,Gianni e Brunaldo mi aspettavano per andare tutti insieme con i bambini al “nostro amico” baobab. Si giocava, si cantava,c’era un’allegria,una gioia che coinvolgeva tutti anche gli adulti che si stupivano di quanti bambini erano con noi,anche perché vedevano altre persone e non il solito”Picasso”. Brunaldo era quello che aveva in mente più scherzi da compiere e veniva subito imitato.
Alla sera ci si riuniva con padre Giancarlo nella cappella, si recitava il S. Rosario i Vespri. Si pregava e in quel momento di condivisione,davamo un significato al nostro cammino nella compassione, nella nostra comunione,in quel percorso di fede a Phalula, grazie a padre Palazzini.
Alla domenica c’erano le Messe nei vari villaggi, sempre diversi e poi quest’anno c’è stata la benedizione della chiesa di M’Gwedeza, presieduta dal vescovo Mons. Alessandro Pagani. Anche quest’anno,ma ogni volta è sempre bello ed emozionante, per quello che si vede, Padre Palazzini ci ha portato al parco di Liwonde. Quest’anno per la prima volta ho visto le aquile, con il loro diadema bianco,regale che avvolgeva il loro collo.
Nel periodo che sono rimasto da solo, per il viaggio premio ai catechisti cui sono stato invitato, senza aver nessun merito ma solo grazie a padre Giancarlo, siamo andati alle sponde del lago,dopo Lilongwe, a Nkata Bay!
È stato un viaggio meraviglioso, che mi ha permesso di conoscere un altro aspetto di questa terra. Ad esempio dal punto di vista paesaggistico, cambia totalmente; non ci sono più i baobab, ma palme specialmente vicino alle sponde del lago,non vi sono le acacie,ma i bambù. È il lago che mi ha donato una delle più belle albe che ho visto in Malawi e non solo. All’alba il sole al suo sorgere accarezzava il lago, donando un riflesso multicolore alla sua superficie. I colori si stemperavano nell’acqua,ondeggiando in un tremore in strisce, per poi raccogliersi in una sola,che partiva dall’orizzonte per arrivare alla battigia. Sembrava che fosse sabbia finissima,ora rossa,arancio, rosa con striature viola, tonalità che si mescolavano,si fondevano, sciogliendosi si amalgamavano in quei colori nell’incanto, nella magia ed io mi struggevo di dolcezza che scendeva a poco a poco in me,come se un pittore avesse ”lavato” la sua tavolozza di colori nel lago e nel mio animo. Quelle tinte poi si allargavano sempre di più,fino a prendere quella solita colorazione bianca lucente di quando il sole è in alto.
Non mi sono perso un attimo di quella meraviglia e riguardando ora le foto ritrovo quell’incanto che mi ha donato una profonda commozione. La S. Messa celebrata da padre Palazzini davanti al lago, con quel sole che un attimo prima aveva recitato per me,mi faceva comprendere di quanta armonia il buon Dio ci dona e quante cose meravigliose ha fatto per noi,basta saperle accogliere ed io che cosa potevo desiderare di più in quel momento?
Al sabato dedicavo la giornata per andare in altri villaggi. Sono stato a Kacepatsonga,dove forse si costruirà un’altra scuola. Sono ritornato a N’ziza, nella scuola di Kambewe, dove manca solamente il tetto,a Namingadzi,in quella bellissima scuola che si trova su un collina davanti alla chiesa MTIMA WOYERA,ma ritornavo spesso a M’gwedeza,per il meraviglioso paesaggio che si perdeva nella valle dei baobab, come lo denominata la prima volta che l’avevo vista, e poi ora c’è la chiesa,per me la più bella di quelle edificate da padre Giancarlo. Ero presente quando si è deciso dove farla e soprattutto durante la sua costruzione,quindi ho meravigliosi ricordi di quei giorni.
Durante questi percorsi in bicicletta c’erano incontri con persone che non mi vedevano più ed io li spiegavo il motivo,ma che non mi ero dimenticato di loro. Nel pomeriggio sempre di sabato,a piedi andavo a Chilobwe,alla chiesa costruita nel 2004, in quell’estate era iniziata la mia esperienza a Phalula e durante i lavori ho conosciuto l’Amico Damiano e la sua generosità d’animo. Mi soffermavo davanti alla chiesa,lasciando che lo splendore e le emozioni entrassero nel mio cuore, da lontano sentivo le grida di chi assisteva alla partita di calcio e quando incontravo qualcuno che era abituato a vedermi in bicicletta alla sua domanda rispondevo in chichewa: “Iero sindikupalasa,koma ndi kuyenda pansi” (oggi non pedalo ma cammino) e ridevano per il mio chichewa!
Alla fine di settembre quando sono partito avevo la stessa tristezza,malinconia dei miei cari amici che erano partiti prima, le lacrime che non abbiamo saputo trattenere,mescolate a sorrisi e ringraziamenti di riconoscenza nei confronti di padre Giancarlo,erano il nostro arrivederci da Phalula.
Tutte le volte che arrivo nella missione di padre Palazzini ho la certezza di vivere un’esperienza meravigliosa e quando ritorno a casa, posseggo ancora nell’animo la meraviglia di quello che ho vissuto e l’affetto dei padri monfortani, con la speranza di aver lasciato delle buone impronte, senza mai dimenticare ciò che ho ricevuto in un sorriso!

Balaka Orphans Care


di Silvia Daminelli

Eccoci finalmente… stiamo arrivando a Toleza, uno dei centri a cui facciamo visita dove si radunano gli orfani di cinque villaggi per la distribuzione dei pacchi di Natale e del consueto denaro mensile, il sole è caldissimo ed è quasi mezzogiorno. È la stagione delle piogge e i campi sono rigogliosi, il “chimanga” è già alto e tutto è verde, si ha come l’impressione che tutto vada per il meglio e che il cibo sia abbondante come non mai ma forse è solo un’illusione…
Il camion dietro di noi, carico dei regali per i nostri orfani, non si vede ancora ed Ethel (la responsabile dell’Orphans Care di Balaka) comincia ad esprimere la sua preoccupazione: “Abbiamo fatto tardi e i bambini ci staranno aspettando da ore, saranno tutti accalcati sotto ai pochi alberi in attesa. Preparatevi perché purtroppo non sarà una grande festa quest’anno, la fame si è fatta sentire molto prima del previsto. Le scorte di granoturco sono terminate a causa dell’alluvione che ha colpito diversi villaggi l’anno passato e vedrete che i bambini arriveranno con il sacchettino nei pantaloni per correre a comprare il “chimanga” appena avremo dato loro il regalo di Natale ed il mensile”.
Beh, non è proprio ciò che ci eravamo prefigurate io ed Elisabetta ma siamo qui per portare testimonianza di tutto ciò in Italia e che possiamo fare se non prender parte a questa sofferenza? Arriviamo finalmente al villaggio e una folla di bambini, accalcata sotto gli alberi, ci osserva con un’espressione che oserei definire delusa e quasi arrabbiata. “Stanno aspettando il camion con i pacchi di Natale e finchè non lo vedranno non esprimeranno la loro gioia!” ci spiega Ethel rispondendo alle nostre facce interrogative, “eccolo sta arrivando…. lo vedete?”.
Effettivamente come lo intravedono, i bambini si alzano e quasi ci assaltano senza lasciarci scendere dalla macchina cantando e ballando il benvenuto nonostante il caldo svenevole e nonostante le loro facce portassero i segni della fame. Sono così tanti che sembra quasi impossibile che il progetto riesca a sostenere una quantità tale di orfani; “eppure in questo villaggio ce ne sono solo un quinto del totale”, mi ricorda Felix (collaboratore dell’Orphans Care).
E già ha ragione, sono quasi cinque mila ormai. Così tra canti e balli inizia la cerimonia di distribuzione del tanto atteso regalo di Natale: zainetto con materiale scolastico, zucchero, sale, sapone e altri beni essenziali. Tuttavia prima di cominciare Ethel raduna bambini e genitori esprimendo il suo pensiero di fine anno e di augurio per il Natale: “Carissimi, l’anno scolastico si è appena concluso e il Natale è alle porte. Sappiamo bene che tanti di voi ancora non sono stati promossi, nonostante le possibilità che il progetto vi da sostenendo la vostra formazione scolastica che altri ragazzi non hanno. Vorrei quindi esortarvi, in vista del nuovo anno scolastico, a cercare di superare ciò che ancora vi blocca nel perseguire gli obiettivi importanti della vostra vita come la vostra scolarizzazione. Tutti devono andare a scuola e siete perfettamente consapevoli che questo è uno dei motivi per cui ricevete il sostegno a distanza, è un’opportunità che vi viene data e fareste bene a non sprecarla”.
Le parole di Ethel risuonano piuttosto significative in vista del nuovo anno scolastico in quanto il progetto di sostegno a distanza non vuole essere un semplice contributo economico ma anche un appoggio non indifferente alla famiglia per il pagamento delle tasse scolastiche che pesano enormemente sull’economia familiare, specialmente quelle della scuola secondaria. Molti orfani hanno la possibilità di frequentare la scuola secondaria proprio perché fanno parte del progetto ed il fatto che ci sia un alto tasso d’insuccesso scolastico o che ad un certo punto decidano di interrompere la frequenza per dedicarsi ad altro o per sposarsi è molto indicativo. Perché dovrebbero farlo?
Le ragioni purtroppo sono molte, ciò che incide maggiormente è la condizione di povertà in cui la gente vive e che spesso e volentieri costringe i ragazzi a cercare espedienti per sopravvivere e allo stesso tempo mantenere la famiglia rimasta senza i suoi membri più attivi a causa dell’Aids. Così la scelta di emigrare in città in cerca di lavoro o la decisione di affrontare il matrimonio come soluzione per rendersi indipendenti dalla famiglia, quasi sempre indotto da una gravidanza inattesa. Scelte che permettono loro di fuoriuscire dal progetto e non sentirsi più obbligati a frequentare la scuola e scelte che talvolta purtroppo li portano a tornare sui propri passi perché compiute nella fretta o nella speranza di guadagnare soldi velocemente ma che solitamente falliscono dopo breve tempo. “Quante volte”, racconta Ethel, “i ragazzi vengono a chiedermi di essere tolti dal progetto perché hanno intenzione di sposarsi o perché vogliono cercarsi un lavoro ed emigrare o le ragazze perché sono incinte e non possono più frequentare la scuola perché nessuno le aiuta con il bambino e le faccende domestiche. Ciò che accade è che dopo qualche mese, specialmente le ragazze, ricompaiono pregandomi di essere riaccettate nel sostegno a distanza perché il matrimonio è fallito, il marito è sparito o è sempre ubriaco e le picchia oppure non ha trovato lavoro e non riuscendo a mantenere la famiglia è emigrato in città e non si hanno più notizie così che sono costrette a tornare dalla famiglia adottiva che deve riprendersi in carico lei e il bambino, insomma situazioni che purtroppo non sono saltuarie ma si verificano quotidianamente. Per non parlare delle ragazze che restano incinte a causa di violenze (spesso il tragitto che conduce dalla capanna alla scuola è lungo parecchi kilometri ed è facile cadere vittime di malintenzionati) che oltre a portare il peso di tale umiliazione, non riescono più a frequentare la scuola.” Le ragazze inoltre hanno anche il compito di svolgere le faccende domestiche all’interno della famiglia e il lavoro nei campi, soprattutto se mancano i genitori, cosicchè diventa davvero difficile avere del tempo “libero” per lo studio.
Purtroppo la scuola non è contemplata come investimento a lungo termine nelle vite di questi ragazzi dal momento che la logica corrente, dettata dalle necessità, è quella di pensare a ciò che può portare ad un guadagno immediato e a breve termine per sfamare i fratelli o i nonni. Ciò spiega il forte tasso di insuccesso scolastico a cui si assiste nonostante l’impegno del progetto nel pagamento delle tasse scolastiche. È vero che nell’ultimo anno si è assistito ad un leggero incremento nella quantità di ragazzi promossi rispetto agli anni passati ma è anche vero che rimane comunque una percentuale piuttosto bassa ancora da incrementare.
Così nell’ottica di rispondere alle difficoltà con cui questi ragazzi costantemente si trovano a dover fare i conti tra cui soprattutto quella di crescere orfani all’interno di una famiglia composta da soli nonni che talvolta per retaggio culturale o semplicemente per necessità non favoriscono la formazione scolastica dei propri nipoti, si è sentita l’esigenza di fornire un servizio differente all’interno dell’Orphans Care che non fosse solo di assistenza economica ma che ricoprisse un ruolo più attivo. A breve sarà operativo il nuovo ufficio distaccato, Vocational Promotional Office, che si occuperà di seguire gli orfani frequentanti la scuola secondaria e che attualmente sono più o meno settecento. Saranno operatori sociali malawiani già esperti nel campo a penetrare all’interno delle famiglie di questi ragazzi e nei villaggi al fine di implementare quella rete di aiuto già esistente composta da coloro che operano all’interno dell’Orphans Care ovvero i volontari che vivono nei villaggi, le famiglie che si prendono in carico l’orfano e l’ufficio orfani di Balaka con questo nuovo servizio che collaborerà strettamente anche con i servizi sociali locali. Essi dovrebbero divenire delle figure di riferimento per l’accompagnamento di questi ragazzi in una fase importante della loro vita come quella del passaggio all’età adulta specialmente in un momento difficile come quello che sta vivendo ora l’Africa intera nel passaggio da tradizione a modernità, una transizione che vede lo scardinarsi di antiche tradizioni e l’affermarsi di nuove tendenze. Essere orfani in una fase così delicata e crescere con i nonni significa perdere quelle figure cruciali di riferimento come il padre e la madre che per parte della loro vita hanno già vissuto questo passaggio e che purtroppo non possono dare il proprio contributo alla crescita dei figli e alle loro scelte di vita ma che anzi, con la loro morte li lasciano ad affrontare situazioni a volte insormontabili oltre a lasciare un vuoto affettivo incolmabile.
“Guarda Ethel”, dice Elisabetta sulla via del ritorno, “avevi ragione, si son fermati a comprare la farina, chissà da quanti giorni mangiavano solo mango”.

venerdì 6 febbraio 2009

Investire nell'educazione


di Padre Luigi Fratus

Fin da quando Balaka, la parrocchia in cui lavoro, è stata fondata, la scuola è sempre stata una delle preoccupazioni principali dei missionari. “Se desideri aiutare una persona ad uscire dalla povertà e dalla fame è importante svegliare in quella persona la mente!”. Così ci insegnavano i vecchi missionari. Questo spiega perché molte volte nel villaggio, la costruzione della scuola precede la costruzione della chiesa.
I nostri tre vescovi monfortani bergamaschi, Monsignor Alessandro Assolari, Monsignor Luciano Nervi e l’attuale titolare Monsignor Alessandro Pagani, hanno fatto dell’istruzione un caposaldo della promozione umana della nostra gente.
Tutto questo è profondamente in sintonia con le parole che il Papa ha pronunciato in occasione della Giornata Mondiale per la Pace: “L’attuale crisi economica globale va vista anche come un banco di prova: siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante? Lo esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà finanziarie immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e, soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo. Per combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e donne e minaccia la pace di tutti, occorre riscoprire la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali.
Più in concreto, non si può combattere efficacemente la miseria, se non si fa quello che scrive san Paolo ai Corinzi, cioè se non si cerca di “fare uguaglianza”, riducendo il dislivello tra chi spreca il superfluo e chi manca persino del necessario. Ciò comporta scelte di giustizia e di sobrietà”.
Le numerosissime scuole primarie costruite negli ultimi quaranta anni dai missionari, erano e sono un modo semplice ma efficace di “fare uguaglianza”, aprendo la mente e il cuore di miglia di bambini.
Purtroppo l’attuale situazione dell’educazione scolastica in Malawi è disastrosa. Tra le cause principali ci sono: la mancanza di maestri e di materiale didattico; a questo vanno aggiunti l’abbandono della scuola da parte dei bambini che vengono impiegati nel lavoro nei campi e delle banbine a causa spesso di una maternità precoce; In ultimo dobbiamo aggiungere le strutture scolastiche fatiscenti.
Ecco allora la nostra richiesta: aiutare le numerose scuole della missione di Balaka e in particolare la scuola di Chiendausiku, costruita 25 anni e oggi casa per quasi 1500 alunni.
Sarebbe un peccato lasciare cadere in rovina la fatica e lo sforzo di tanti missionari e benefattori che hanno aiutato a costruire questi “centri di sviluppo”. Quantificare in questo momento la spesa ci è impossibile. Ci affidiamo alla vostra generosità. Ogni offerta, anche piccola è per noi un grande aiuto. Zikomo, grazie.

Un ospedale per la gente del Malawi


di Luigi Lorenzato

Quando Padre Lorenzo mi parlava con entusiasmo del “Masuku Hospital”, non riuscivo pienamente a comprendere la portata effettiva di un’iniziativa missionaria che lo aveva completamente coinvolto. Finalmente, in occasione del mio quarto viaggio in Malawi, ho avuto la gioia di visitare quella che subito mi è apparsa come la realizzazione più significativa dell’impegno di una vita missionaria spesa con generosità, sia nell’annuncio del Vangelo che nella promozione umana.
Ad un’ora circa di distanza dalla cittadina di Mangochi, percorrendo una strada abbastanza affidabile, si giunge ad una vasta spianata dominata da una costruzione che non intacca in nessun modo il bellissimo paesaggio naturale: è il “Masuku Hospital”, la missione di Padre Lorenzo.
Camminando nei vari porticati dell’ospedale, pur ascoltando con attenzione la spiegazione di Padre Lorenzo, ho avvertito subito la percezione della fatica dei piccoli passi e della conquista per una realizzazione che impone sempre nuovi traguardi: sì, non ho dubbi, è il capolavoro missionario di questo missionario padovano monfortano, che nella fase matura della sua vita, dopo esperienze comunque entusiasmanti in altre missioni come Nankhwali, Namalaka, Mangochi e Namwera, ha voluto sognare in grande e rispondere in maniera impegnativa alle esigenze di salute della sua gente.
È un’opera missionaria che è un vero miracolo d’amore e fa trasparire questa serenità che l’anima dal di dentro, come se un motore silenzioso la facesse girare per il verso giusto ed in maniera costante.
Anche i reparti amministrativi mi offrono l’idea di una vera funzionalità, non burocratica di italiana memoria, ma essenziale all’opera stessa per offrire un servizio necessario alla persona.
I bambini, molti dei quali sono attaccati al seno materno, sono tutti ben coperti nonostante la temperatura di questo fine aprile sia mite; tutti hanno una cuffietta di lana colorata che spicca sul colore scuro della loro pelle; altri sgambettano sotto lo sguardo delle mamme avvolte nelle loro coloratissime gonne, lunghe fino alla caviglia.
È il trionfo della vita in un posto sperduto del mondo e del grande continente africano: nel “Masuku Hospital” le donne possono finalmente partorire con l’assistenza necessaria e nelle condizioni più idonee per tutte quelle situazioni di emergenza che si potrebbero venire a creare, anche in relazione al dramma della sieropositività e dell’AIDS conclamato.
L’assistenza farmacologica, unitamente a quella nutrizionale, ha contenuto in maniera determinante i numeri della mortalità a causa dell’ampia diffusione della malattia e della sieropositività nella trasmissione tra madre e figlio.
Del resto, all’origine del “Masuku Hospital” c’era proprio l’idea di offrire una speranza di vita, di fermare il contagio della sieropositività fin dalla gravidanza e di mettere a disposizione una risorsa irrinunciabile al fine di garantire alla popolazione quel “diritto alla salute”, uno degli obiettivi del millennio (Millennium Goals), tanto sbandierato nelle conferenze internazionali, quanto disatteso nei Paesi in Via di Sviluppo.
La commozione mi assale, seppur compressa e contenuta anche per l’allegria di Padre Lorenzo, sovrano indiscusso di questo “regno del bene”: saluta tutti, ha una parola per il personale medico, in chichewa, la lingua locale, scherza con le mamme offrendo lo spunto di un sorriso.
Lui che non è medico, forse lo è più di tutti in maniera spontanea: cerca di imporre uno stile di accoglienza serena del malato che di fatto ha bisogno non solo di cure, ma anche di quella speranza che parte proprio da un sorriso.
Il “Masuku Hospital” è un vero ospedale, gestito con criteri di qualità assoluta in un ambiente che non ha altri riferimenti sanitari, un modello riproducibile anche in altre zone del Malawi, “il caldo cuore dell’Africa” come è chiamato nella pubblicità turistica.
Davanti ad un caffè, nella cucina di Padre Lorenzo, sembra quasi che lui attenda il mio giudizio: lo entusiasmo ulteriormente quando gli dico che non mi aspettavo un simile capolavoro missionario!
Dietro tutto questo lavoro di amore e di speranza c’è la vita di un grande missionario italiano, i gesti di generosità di tanti benefattori che garantiscono silenziosamente la continuità d’azione di questo ospedale, ed infine, il sostegno della preghiera di tante persone: un cordone ombelicale lega due realtà, quella italiana e quella di Masuku in maniera inscindibile!
Il “Masuku Hospital”, quello che mi piace definire “il capolavoro missionario di Padre Lorenzo”, è anche il nostro ospedale, quello che dobbiamo sostenere, anche a costo di qualche rinuncia, per far trionfare la vita, ridare la speranza ai fratelli del Malawi ed un senso migliore alla nostra.

sabato 13 dicembre 2008

La fame morde a Balaka


Arriva sempre come un messaggio a voce bassa. Non e' mai piu' che un sussurro.
La fame. In casa sono i bambini a ripeterlo come un ritornello. Ho fame! Voglio qualcosa da mangiare.
Poi d'improvviso cresce a dismisura. Non e' piu' solo una famiglia, e' un villaggio intero.
Ed e' il villaggio che si riversa nella cittadina di Balaka dove c'e' il deposito di grano del governo,
sperando di poter comperare almeno un po' di mais anche se a prezzi esorbitanti.
E' quello che ancora una volta siamo chiamati a testimoniare:
oltre venti mila famiglie di contadini senza grano nella sola zona di Balaka
che non sanno piu' cosa fare.
E ancora una volta questo e' solo l'inizio.
Le cause sono state tante. Prima l'inondazione che ha distrutto in alcune zone tutto il raccolto,
poi le lunghe settimane senza pioggia quando il grano cominciava a crescere e ne hanno
fermato la maturazione inaridendo tutto il raccolto.


Mancano 12 giorni al Natale e il giornale nazionale The Nation si fa portavoce di una situazione ripetendo a distanza di pochi giorni,

LA FAME MORDE A BALAKA
Gia' una persona morta a causa della fame,
Non ci sono piu' mango per sopravvivere alla fame.

E la nonna a ripetere che ormai fa bollire delle erbe raccolte lungo la strada per riuscire ad assopirsi e dormire, sperando in qualche Buon Samaritano, che si ricordi di lei


Il giornale ripete ancora una volta la storia del nonno che si trascinava lungo la strada
chiedendo la carita' e sperando nel buon cuore di qualcuni che lo aiutasse.
Dopo giorni senza niente da mangiare e' stato letteralmente portato via dalla fame.


L'editoriale sempre di oggi analizza le cause, e soprattutto fa un conto facile.
Se ventimila famiglie non hanno cibo, sono attualmente oltre cento mila le persone
che soffrono questa situazione di fame.
Parla dei prezzi del grano che si sono improvvisamente raddoppiati certamente
anche a causa di speculazioni che sono la causa e l'effetto di questa emergenza.
Racconta anche dei 29 billioni di Kwacha che il governo ha distribuito in forma di fertilizzante
e sementi, a volte illudendosi di aver risolto il problema. E dice anche di leaders che
si stanno improvvisamente arricchendo oltre le loro possibilita' e salari.


Quattro articoli in due pagine a ripetere lo stesso messaggio.
Un richiamo importante per tutti. Per il governo e le chiese e chiunque e' presente
in questa piccola cittadina che si trova improvvisamente al centro dell'attenzione nazionale.
La fame, ancora.
Un altro Natale da celebrare in silenzio, cercando di condividere tutto quanto e' possibile.

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Il Natale degli Orfani di Balaka.
Ogni anno a Balaka il gruppo dell'Adozione a Distanza organizza una grande festa per celebrare
la gioia della vita. Anche la vita povera di un orfano a Natale si rafforza nel sentirsi parte di una grande famiglia.
Quest'anno non abbiamo potuto aspettare che gli angeli venissero a cantare la pace sulla terra.
E' stata una domanda generale, il Natale deve venire in fretta...
Oggi abbiamo festeggiato il Natale degli orfani a Phalula-Kanono.
Di seguito sara' Natale a Chiyendausiku martedi' 16 Dicembre.
Il 18-19 sara' per la missione di Mponda.
Il 22 saremo a Utale I e Mpulula,
Il 23 a Mbera
Il 24 a Toleza...

e poi sara' Natale.
Quest'anno celebreremo la messa della notte alla Casa a Meta' Strada, con i ragazzi e le ragazze uscite dal carcere e che qui hanno trascorso cinque mesi per prepararsi a ritornare a casa dopo anni di prigione.
Vi racconteremo anche del Natale sulla montagna del Chaone la domenica 28 dicembre e per finire quest'anno il 30 saremo a Mpiri alla casa del Catechista Msosomera Venansio che quest'anno festeggia cento anni...
come la missione di Utale e tutta la diocesi di Mangochi.
Vi aspettiamo. e dalla condivisione vinceremo anche la fame.

zikomooo e un carissimo saluto dal Malawi.

Tam Tam
Chiara Carminati